Il progetto di Grillo, da Tzara e Lenin alla web-democrazia degli incompetenti

Smettiamola di far regali a Grillo. Finora è prevalso questo refrain: il comico-leader rappresenta la più indispettita protesta antipolitica, cavalca il vento della rabbia sociale, la sua demagogia senza progetto punta solo a distruggere. Certamente ciascuna di queste fotografie coglie frammenti della “guerra di movimento” dichiarata dal primo cittadino pentastellato. E la rutilante teoria di insulti con la quale gestisce le sue performance elettorali (salvo il bonus-anziani regalato a Vespa) conferma il suo “nichilismo politico”. di Ferdinando Adornato
11 AGO 20
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Smettiamola di far regali a Grillo. Finora è prevalso questo refrain: il comico-leader rappresenta la più indispettita protesta antipolitica, cavalca il vento della rabbia sociale, la sua demagogia senza progetto punta solo a distruggere. Certamente ciascuna di queste fotografie coglie frammenti della “guerra di movimento” dichiarata dal primo cittadino pentastellato. E la rutilante teoria di insulti con la quale gestisce le sue performance elettorali (salvo il bonus-anziani regalato a Vespa) conferma il suo “nichilismo politico”. Tanto che, se proprio si deve evocare Hitler, verrebbe voglia di parodiare la fulminante sentenza di Karl Kraus: “Su Grillo non mi viene in mente niente”. Ma forse è arrivato il momento di ragionare con maggiore lucidità. Siamo davvero sicuri che Grillo sia “senza progetto”? Il fatto è che è difficile pensare che un movimento di pura “protesta e rabbia” riesca a raggiungere nientemeno che il 25 per cento dei consensi confermandosi (come pare) anche alle europee. Protesta e rabbia ci sono, micce sempre accese. Ma forse c’è anche qualcosa di più. La mia sensazione è che la “visione del mondo” del grillismo purtroppo non sia effimera (destinata dunque a evaporare in fretta) ma raccolga alcuni miti che hanno attraversato, espandendosi e solidificandosi, la società italiana degli ultimi decenni. E che il comico-leader abbia saputo nel tempo interpretarli (fin da quando irrompeva nelle assemblee Telecom) e infine condensare nel suo movimento. L’epico “vaffa”, insomma, è solo la ciliegia, la torta è un tantino più elaborata.

Alla base c’è sicuramente la “sistematica spoliticizzazione” delle società occidentali di cui ha parlato Matthew Flinders al Foglio. Un laboratorio anti novecentesco nel quale Grillo ha intagliato la sua matrioska. La bambola madre è di legno antico: raccolto al tempo del dadaismo, incubato dal Sessantotto e infine rilanciato dalla “revanche” della società civile imposta dalla Seconda Repubblica. Si chiama “critica del professionismo”. I dadaisti pensavano che non occorresse alcuna particolare competenza artistica per realizzare un’opera d’arte. I sessantottini fecero santa la cuoca di Lenin che avrebbe potuto e dovuto governare lo stato. Berlusconi fu il più lesto a destrutturare la mitica selezione della classe dirigente ricorrendo al provino tv per la scelta dei candidati (tecnica poi copiata da Grillo).
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Visti i risultati, si diceva e si dice, non c’è bisogno di alcuna specifica preparazione per entrare in politica. Come, ormai, per andare in tv: il piccolo schermo è da tempo il bonsai della sovranità popolare. Una volta ci accedevano solo i “professionisti”, ormai la abitano tutti. Senza veli, censure, gerarchie. Il Porcellum ha fatto in modo che analogo fenomeno coinvolgesse il Parlamento. La democrazia è diventata un reality di massa. Tutti possiamo fare tutto. Deputati, ministri, amministratori delegati. La qualità di “cittadino” sovrasta ogni altra professionalità e competenza. A una condizione: che ogni funzione sia a termine e venga esercitata a rotazione. Grillo ha mixato, a modo suo, leninismo e nuovismo redigendo l’inquietante manifesto di una “democrazia degli incompetenti” logico esito del fallimento (e qui ha ragione) della “democrazia dei competenti”. Tanto che, nel giro di pochi anni, la qualifica di “tecnico” da stregone risolvi-problemi è trasfigurata in una specie di insulto. Tutti possiamo fare tutto. Di più, tutti abbiamo il diritto di fare tutto: è questo il vero cuore del grillismo che nasce da uno dei più recenti “miti di massa” mediatico-politici. La protesta antipolitica è solo il condimento più appariscente, il progetto di una “democrazia anonima” (eccetto il capo?) e di una società a essa ispirata è il vero piatto forte della guerra contro tutte le gerarchie professionali. (Rileggere sotto questa luce il concetto di casta, anche quella dei giornalisti, che hanno aiutato l’ascesa di Grillo per poi diventarne il bersaglio privilegiato).

A questo punto, la seconda bambola della matrioska è bella che costruita. La parola chiave è livellamento. Il leninismo permane, il nuovismo scompare, scalzato dal vetero-sindacalismo in contiguità con la sinistra estremista che combatte ogni riformismo del Pd. L’annullamento delle gerarchie sociali nel quadro della “democrazia anonima” pretende infatti di debilitare concetti come merito e talento, recidendo ogni loro rapporto con salari a essi adeguati. Una sorta di neo-egualitarismo che distrugge alla radice il concetto stesso di scala sociale. Rivoluzione liberale? Per carità! E’ andata male con l’America, meglio riprovare con la Bulgaria. Realismo, ragazzi: inutile sognare la Silicon Valley o farsi tentare dall’Expo. L’Italia è un paese povero (dileggiare la Merkel è ormai d’ordinanza) perciò è meglio farsi leccare le ferite dal nazionalismo, lavare i nostri panni sporchi fuori dall’Europa e dalle sue oligarchie politico-bancarie-monetarie-professionali. Sotto sotto, Grillo ripensa al mito della Grande proletaria.

Una volta demolita ogni ipotesi di “mediazione” democratica e sociale, anche la terza bambola è pronta. Si chiama “trasparenza”. Ora evaporano anche il leninismo e il vetero-sindacalismo. Entra in scena l’“assangismo”, il mito di Wikileaks. L’utopia di una società non solo senza segreti istituzionali ma addirittura senza alcuna riservatezza pubblica. Tutti possiamo fare tutto, dunque tutti dobbiamo sapere tutto. La sovranità della trasparenza cancella ogni potere. Il web diventa il nuovo Leviatano, la finta agorà della rete soppianta la vera dialettica della democrazia. E diventa anche il tribunale speciale dei nostri tempi, attraverso la quale “fare fuori tutti”. Grillo-Saint-Just sostituisce con l’online la ghigliottina di Place de la Concorde. Destra, sinistra, bipolarismo: ogni normalità istituzionale viene travolta dalla visione di una democrazia anonima, livellata, priva di mediazioni. Un incubo, ma attenzione: esso è originato dalla crisi storica di ciò che abbiamo finora chiamato democrazia.

Il dibattito sul grillismo, in realtà, non è ancora cominciato, imprigionato com’è dalla forza dell’anatema. Ma, lo ripeto, così gli si fa un regalo. Perché molto più pericolosa della sua demagogia anti politica (giustificata peraltro dall’opinione pubblica) è quella che gli intellettuali rincoglioniti di un tempo chiamavano Weltanschauung, cioè la sua visione del mondo. Grillo prende voti non solo perché “protesta”, ma soprattutto perché dà voce a miti diffusi nel nostro tempo. Dunque, se si vuole erodere il suo consenso, non bisogna contestare solo le parole della sua protesta, ma soprattutto il dizionario delle sue mitologie. Del resto, denunciare nel merito la Bulgaria a 5 stelle cui egli aspira è certo molto più efficace che limitarsi a demonizzare i suoi “vaffa”.
di Ferdinando Adornato